Siamo arrivati al giro di boa della COP 30 ed i lavori proseguono alacremente. Prima di inoltrarci nell’esame dei lavori in corso, un breve riassunto delle procedure che caratterizzano questa fase della Conferenza delle Parti.
La sera di domenica nove novembre centoventuno documenti erano in attesa di essere decisi. Durante la prima settimana della COP 30, diciassette documenti dei centoventuno originari sono stati rinviati ad altra data (riunioni degli organi tecnici nel periodo tra la fine della COP odierna e la prossima) e, credo, che il loro numero aumenterà: si tratta dei temi su cui il disaccordo tra le parti è tale che è impossibile giungere al consenso.
Si, perché tutte le decisioni, alla COP, sono prese all’unanimità: basta che una sola delle parti si metta di traverso e la decisione salta. Vediamo, ora, come si forma questo consenso. I corpi sussidiari in cui si scompone la Conferenza, provvedono alla definizione dei vari documenti e li preparano per la deliberazione durante la plenaria di chiusura della Conferenza. Questa parte del lavoro è di una noia mortale, soprattutto per gli osservatori esterni. Le bozze dei documenti che vengono via via elaborate, contengono tutta una serie di parentesi quadre ed opzioni: nelle parentesi quadre, in genere, sono contenuti gli aggettivi del gergo ONU che caratterizzano le decisioni contenute nel documento e che lo rendono più o meno stringente. Le opzioni riguardano, invece, interi paragrafi del documento e, in genere, rappresentano le posizioni delle parti da adottare in modo alternativo. Inutile dire che maggiore è il numero delle parentesi quadre e delle opzioni, minore è il consenso sul documento, per cui dal conteggio di parentesi quadre ed opzioni, si capisce a che punto del lavoro sono arrivati i delegati e quanto resta ancora da fare.
Ci sono, infine, i documenti su cui si è raggiunto il consenso. Nel caso della COP 30, ad oggi, sono trentasei i documenti su cui le trattative sono concluse e per i quali si è raggiunto il consenso.
Fatte le addizioni e le sottrazioni necessarie, risulta che i documenti ancora da decidere e sui quali si continua a trattare, sono sessantotto: poco più della metà. Ed essi riguardano i temi fondamentali della COP 30. Per ben trentotto di tali documenti, infine, non vi è alcun accordo o manca addirittura un testo. Dei restanti trenta documenti, venti sono al livello di bozza (sono stati redatti in linguaggio giuridico e presentano le “parentesi quadre” e le “opzioni” di cui si parlava all’inizio) e dieci sono stati stilati secondo quello che si definisce “un testo informale” (un semplice elenco delle posizioni delle parti, espresso informalmente, ovvero non in linguaggio giuridico).
A rendere tutto ancora più confuso, alcuni dei temi più divisivi e più importanti sono stati esclusi dall’agenda (e ciò spiega la celerità con cui essa è stata adottata durante il primo giorno della Conferenza) ed affrontati nelle “consultazioni presidenziali”: commercio, finanza, rendicontazione delle emissioni e mitigazioni. Praticamente l’essenza stessa della Conferenza! Allo stato non esiste una bozza della risoluzione finale ma solo un testo informale pubblicato nella notte del sedici novembre e che raccoglie tutte le cose che sarebbe bello adottare, come suggerite dalle parti: una lista di buone intenzioni, secondo il mio punto di vista. Di concreto però ancora non c’è nulla. Chi ha voglia e pazienza di verificare di persona, può consultare il testo qui
Nella tabella che segue ho riportato lo stato delle trattative per alcuni dei temi più importanti attualmente in discussione alla COP 30 (fonte: Carbonbrief.org)
Global goal on adaptation Draft negotiating texts
Unilateral trade measures Presidency consultations
Finance provision (Art 9.1) Presidency consultations
1.5C ambition (AOSIS proposal) Presidency consultations
Summary of reporting (EU proposal) Presidency consultations
COP reform Draft conclusions
UAE dialogue on Stocktake Informal notes
Just transition work prog Informal notes
Agriculture and food security Agreed
Mitigation work prog Informal notes
Dates and venues of future sessions No text
Carbon markets (Art 6.4) Draft negotiating texts
Bilateral trading (Art 6.2) Draft negotiating texts
Non-market approaches (Art 6.8) Draft negotiating texts
Finance flows (Art 2.1c) Pre-session documents
Response measures Informal notes
Gender and climate Draft negotiating texts
National adaptation plans Draft negotiating texts
Action for climate empowerment Draft decisions
Standing Committee on Finance Pre-session documents
WIM for loss and damage No text
Di tutte le deliberazioni oggetto di trattativa vorrei attrarre l’attenzione del lettore sulla sesta: la bozza di decisione riguarda la riforma del processo negoziale della Conferenza delle Parti e la sua struttura.
Probabilmente qualcuno si è reso conto che di questo passo non si andrà da nessuna parte. La Conferenza delle Parti attualmente, più che un evento diplomatico, assomiglia ad una fiera con centinaia di eventi collaterali e decine di migliaia di partecipanti. Le trattative vere e proprie sono una specie di accidente, esse hanno assunto un ruolo secondario. Molti osservatori attribuiscono al formato caotico delle conferenze la responsabilità del fallimento delle ultime tre e, forse, anche di quella in corso. Personalmente credo che le cause siano altre ed affondano le loro radici nel fatto che le questioni climatiche sono, ormai, un aspetto secondario dell’azione politica di quasi tutti i Paesi del mondo: i dazi che limitano il libero commercio, le guerre, le turbolenze dei mercati, il cambiamento del mondo che da unipolare si sta trasformando in una struttura multipolare. In altre parole il mondo attuale è profondamente diverso da quello in cui nacque la Conferenza delle Parti e diversa è l’agenda degli Stati che fanno parte delle Nazioni Unite.
Giusto per fare un esempio, alla COP 30 non partecipano gli Stati Uniti che il presidente Trump ha ritirato dall’Accordo di Parigi. Stiamo parlando del Paese che guida la classifica delle emissioni pro-capite e di quello che, nell’immaginario collettivo, doveva accollarsi buona parte dell’onere finanziario per l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo. Parafrasando una vecchia pubblicità: no USA, no party!
Questa assenza ha conseguenze catastrofiche per le Conferenze delle Parti, presente e future, perché manca il Paese che avrebbe le maggiori responsabilità storiche del cambiamento climatico e, fino ad ora, guidava il lavoro delle COP. Se a ciò aggiungiamo che la Russia non ha alcun interesse al buon esito delle COP e che la Cina si guarderà bene dall’assumere responsabilità che potrebbero ostacolarla nel confronto globale con gli Stati Uniti, si delinea la tempesta perfetta per far naufragare tutto il circo delle COP. E questo al netto delle azioni portate avanti dalle monarchie del golfo e dagli altri stati produttori di combustibili fossili che, da sempre, cospargono di macigni il percorso dei negoziati.
Nonostante tutto ciò, la bozza delle conclusioni è tale da far cadere le braccia: si rinvia tutto all’incontro del prossimo mese di giugno 2026. Visti gli esiti delle precedenti deliberazioni di questi organi (quello di giugno 2025, per intenderci) la speranza che si possa giungere a qualcosa di concreto è poco più di un’illusione.
Circa gli avvenimenti accaduti nella scorsa settimana, bisogna registrare l’irruzione nei locali dove si svolgono i lavori dalla Conferenza, di un gruppo di indigeni che ha interrotto i lavori ed ha chiesto a gran voce misure urgenti per la salvaguardia della selva amazzonica, gravemente minacciata dalle azioni del Paese che presiede la COP 30, ovvero il Brasile, reo di aver concesso diverse licenze per la perforazione di pozzi per la ricerca e l’eventuale sfruttamento del petrolio ivi sepolto.
E per finire un breve riassunto delle trattative che più mi hanno incuriosito.
Le delegazioni stanno discutendo se “dare il benvenuto” al rapporto dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale circa il superamento di 1,5°C! Addirittura c’è un’opzione che vorrebbe eliminare dai documenti della COP 30 ogni riferimento ai fatidici 1,5°C (la sostengono India e Paesi Arabi). Ultimamente si è fatta strada un’altra opzione: dare il benvenuto (welcomed) su basi paritarie tanto agli 1,5°C che ai 2°C (come, del resto, si era deciso a Parigi dieci anni fa). La circostanza ha suscitato enorme scalpore tra gli osservatori perché, qualora passasse, rappresenterebbe un grande passo indietro a livello di ambizione. Capirete, ora, il motivo per cui la decisione sull’ambizione è stata avocata alla presidenza. Personalmente non concordo con costoro, in quanto gli 1,5°C di incremento della temperatura globale rispetto all’epoca pre-industriale, sono un sogno da quasi dieci anni e di ciò si può trovare traccia in tutti i resoconti che ho scritto sulle ultime nove COP.
Non è stato ancora chiarita, inoltre, la tipologia di linguaggio da utilizzare per l’obbiettivo della mitigazione: “phase out” o “phase down” per i combustibili fossili (gas e petrolio compresi)? Secondo me faremo la fine della COP 29: nessun accordo e solo proclami di buone intenzioni nella risoluzione finale della plenaria.
Il problema della finanza globale minaccia di minare alla base le trattative in corso: i Paesi industrializzati non sono nelle condizioni di esaudire le richieste finanziarie di quelli in via di sviluppo. Già qualche Paese (Papua Nuova Guinea, per esempio) stanco di essere preso in giro con vuote promesse, disertò la COP 29. Quest’anno i delegati della Papua Nuova Guinea si sono fatti vivi ma, con il Messico, hanno presentato una proposta che tende a riformare il sistema di voto delle Conferenze delle Parti: non più l’unanimità, ma la maggioranza qualificata.
Ultimo aspetto da sottolineare circa il dibattito in corso, riguarda l’utilizzo dei crediti di carbonio nella definizione degli Ndc nazionali (le discussioni, al solito, riguardano l’aggettivo da utilizzare ). Si sta tentando, quindi, di sdoganare la sostituzione della riduzione delle emissioni con l’acquisto di crediti di carbonio sui mercati definiti nel corso della COP 29 e previsti dall’Accordo di Parigi. Sorge a questo punto una domanda spontanea, forse ingenua: se le emissioni danneggiano il clima terrestre in modo irreversibile, ha senso continuare ad emettere e compensare le emissioni con crediti di carbonio?
Mi si dirà che un credito di carbonio, consiste in una tonnellata di diossido di carbonio NON emessa o rimossa dall’atmosfera, per cui la somma netta fa zero: se io acquisto un credito di carbonio ed emetto una tonnellata di diossido di carbonio, non arreco alcun danno all’ambiente perché qualcun altro non la emetterà. Si è giusto, ma questo presuppone che il sistema dei crediti di carbonio sia dotato di una trasparenza cristallina. Il meccanismo di tali mercati, in effetti, è tale da garantire, almeno sulla carta, completa trasparenza, in quanto impedisce il doppio conteggio, sempre sulla carta. La realtà è leggermente diversa e la prova provata di tale circostanza, deve essere ricercata nelle discussioni su questo argomento attualmente in corso. Alcune opzioni prevedono, infatti, la proroga del “Meccanismo di Sviluppo Pulito” meglio conosciuto con l’acronimo inglese CDM (Clean Development Mechanism), tristemente noto per aver consentito molti doppi conteggi che, secondo molti osservatori, saranno trasferiti nel nuovo meccanismo previsto dagli accordi della COP 29. Altre fonti di incertezza riguardano la struttura incaricata di supervisionare i mercati del carbonio e la trasparenza del suo operato, per cui la questione del doppio conteggio non può essere considerata chiusa. Come si vede la mia domanda non era così ingenua.
Dopo questo aggiornamento intermedio, vi do appuntamento al resoconto finale della COP 30, sperando che si chiuda, come preventivato, il ventuno di questo mese.