Digitando sul browser “crisi climatica” si apre uno splendido campionario di assurdità sulla presunta catastrofe alla quale staremmo andando incontro. Tra quelle trovate nei giorni scorsi, farò dei commenti su una dedicata al problema dell’alimentazione e su un’altra rivolta alla questione degli incendi.

Questa nota dell’ANSA deriva dalle dichiarazioni del presidente del CESVI, una ong di cooperazione e sviluppo. L’esempio riportato nel testo (Gaza) non sembra proprio dei più adatti per discutere di clima, perché dire testualmente «nella Striscia di Gaza, la sovrapposizione di guerra e crisi climatica, ha compromesso le colture e sta esponendo l’area a gravi rischi di alluvione, rendendo impossibile la produzione di cibo » sconfina nel ridicolo, in quanto eventuali conseguenze negative (tutte da dimostrare) attribuibili a cambiamenti climatici in quell’area sarebbero comunque risibili rispetto agli effetti prodotti da due anni di guerra.
A parte ciò, viene descritta una situazione più che catastrofica a scala mondiale, negli ultimi anni; situazione che però i dati ufficiali della FAO non paiono confermare in alcun modo. Dal sito faostat, ho tratto la serie 2000-2024 del parametro “prevalence of undernourishment” (probabilità di denutrizione = esprime la probabilità che un individuo, selezionato casualmente dalla popolazione, assuma una quantità di calorie insufficiente a coprire il proprio fabbisogno energetico per una vita attiva e sana); di seguito il grafico.

Da valori superiori a 12,5 nei primi anni Duemila, la percentuale è poi progressivamente scesa fino a dati attorno al 7,5. Un rialzo si è avuto nel 2020-21, le cui cause è ben probabile siano però da ricercarsi nei problemi globali indotti dal Covid piuttosto che in fantomatici sconvolgimenti del clima. Un rialzo comunque di entità molto più piccola rispetto a quanto risulta nella nota in oggetto, e oltretutto seguito da una nuova riduzione nell’ultimo triennio.

In questo articolo, Legambiente lancia l’ennesimo allarme per gli incendi boschivi, parlando del 2025 come di un anno da bollino rosso per il fenomeno. Le considerazioni fatte si richiamano ai contenuti di un loro report sulle foreste, pubblicato di recente; in esso infatti le pagine 28 e 29 sono dedicate ad approfondimenti sugli incendi. Leggendole, vi si trova una perla di assoluto splendore: «In queste regioni, alle cause principali dello scoppio degli incendi (la siccità, la ventosità, l’incuria e l’orografia del territorio, le temperature sempre più alte e l’azione criminale) si aggiunge la scarsa presenza e l’insufficiente capacità di coordinamento dei mezzi di soccorso ». Siccità, calore e vento possono incidere sulla facilità o meno di diffusione di un evento, ma di certo non ne possono causare lo scoppio; meraviglioso poi l’inserimento dell’orografia, fattore che influisce sulle difficoltà di azione per lo spegnimento, ma non sull’incendio stesso.
Il 2025 è definito per l’Italia, senza mezzi termini, “Annus horribilis”; ciò sulla base di una valutazione statistica delle serie storiche? Macché, facendo solo il confronto col 2024, nel quale le aree bruciate erano state complessivamente inferiori; complimenti, un metodo davvero scientificamente valido! I dati utilizzati da Legambiente sono quelli forniti da EFFIS (European Forest Fires Information System) e relativi alle misurazioni dal satellite Sentinel 2.
Andando a verificare i dati forniti sul sito di Effis (n.d.r. – mi sono fatto inviare le statistiche comprendenti anche gli incendi < 30 ha, per analogia con quanto fatto da Legambiente), ho avuto la possibilità di fare alcune constatazioni interessanti sugli stessi, che ora sinteticamente vi propongo. I grafici che vedete consentono il raffronto fra le serie ottenute con le misure da satellite e quelle derivanti da misure dirette a terra; le grandezze rappresentate sono l’estensione delle aree bruciate, il numero di eventi e la dimensione media di ognuno, cioè il rapporto fra i primi due parametri.

Appare evidente la poca concordanza fra le due fonti, che danno infatti luogo a tendenze di segno opposto per tutte le grandezze valutate. In particolare a proposito del numero di incendi, si nota – per i dati da satellite – un salto positivo dei valori dopo il 2016; il risultato del test di Pettitt conferma infatti l’esistenza in tale anno di un change-point, con probabilità del 99%. Non risultando nulla di tutto ciò nelle misure a terra, è presumibile pertanto che nelle rilevazioni da satellite, a partire dal 2017, sia mutato qualcosa che rende le relative serie non omogenee lungo l’intero ventennio; in pratica è ragionevole ritenere che i dati 2006-2016 siano sottostimati rispetto ai successivi.
Anche volendo prescindere dalle considerazioni ora fatte e perciò ipotizzando che le serie da satellite siano del tutto affidabili, l’estensione delle aree bruciate del 2025 si colloca comunque solo al 5° posto in un ordine decrescente, con un quantitativo che supera di 0,7 deviazioni standard la media delle venti annate. È triste, ma la statistica ci impone allora di declassare il 2025 da un roboante “Annus horribilis” a un assai meno esaltante “Annus normalis”.
NB: questo post è uscito in originale sul blog dell’autore.