I ghiacci marini artici sono stazionari in superficie e volume da oltre un quindicennio

Una realtà importante che emerge dall’analisi dei dati provenienti dai monitoraggi satellitari e degli output del modello Piomas

 

Da quando i satelliti percorrono con le loro orbite le plaghe artiche ed antartiche, disponiamo di dati di monitoraggio efficaci sulle coperture glaciali marine, che prima erano monitorare solo grazie ai giornali di bordo delle navi che registravano la presenza di ghiacci lungo le loro rotte, consentendoci di disporre di informazioni storiche che coprono il periodo 1553-2002 e che sono ad esempio raccolte nell’Historical Ice Chart Archive (https://climate-cryosphere.org/hica-about/). In questo post ci dedicheremo unicamente all’analisi di quanto accade nell’epoca satellitare (da 1979 ad oggi).

La stabilizzazione della superficie dei ghiacci marini – i dataset satellitari NSIDC e OSISAF

L’analisi del periodo satellitare ci informa del fatto che la superficie artica marina coperta da ghiacci è rimasta stazionaria fino al 1996 per registrare poi un rapido calo fino al 2007. Di qui in avanti la superficie si è stabilizzata per rimanere stazionaria fino ad oggi, il che in termini statistici indica che dal 2007 al 2026 non vi sono trend significativi ai test statistici. Tale comportamento, indagato da England et al. (2025) (i) emerge sia nella serie storica statunitense di NSIDC (National Snow and Ice Data Center) sia nella serie storica europea OSISAF di Eumetsat (figura 1) e (ii) è robusto al punto da manifestarsi in tutte le stagioni dell’anno e (iii) ha luogo nonostante l’aumento delle temperature globali cui stiamo assistendo dagli anni ’70 del XX secolo e che è particolarmente pronunciato nell’areale artico.

Figura 1 – Estensione di settembre (mese in cui si raggiunge il minimo annuo) dei ghiacci marini nelle serie storiche NSIDC e OSISAF. Le linee verticali rosse evidenziano i change points del 1996 e del 2007 (da England et al., 2025 – modificato).

La stabilizzazione nel volume dei ghiacci marini – le stime del modello Piomas

La stabilizzazione è confermata dall’analisi delle serie PIOMAS del volume dei ghiacci marini. Da anni disponiamo infatti di stime giornaliere del volume del ghiaccio marino artico ottenute utilizzando il modello PIOMAS (Pan-Arctic Ice Ocean Modeling and Assimilation System; Zhang e Rothrock, 2003). Da tale dataset deriva la serie storica dei valori medi mensili riportata in figura 2, analizzando la quale si ricava che Il volume medio mensile in km3 dei ghiacci marini per il periodo 1979-2025 presenta un caratteristico massimo ad aprile (26800 km³) e un minimo a settembre (9900 km³). Dall’analisi visuale del serie in figura 2 si coglie anche la stazionarietà della serie in atto dal 2011.

Figura 2 – Volume medio mensile dei ghiacci marini per il periodo 1979-2025. Tale diagramma mostra con evidenza la stabilizzazione in atto dal 2011 (diagramma presente in inhttps://en.wikipedia.org/wiki/Arctic_sea_ice_decline e ricavato da dati Piomas).

L’analisi visuale è stata confermata da chi scrive analizzando per il periodo 1979 – 2025 tre serie storiche e cioè la media annua, il minimo mensile e il massimo mensile del volume di ghiaccio marino. Alle tre serie si è applicato il metodo piecewise di Tomé e Miranda (2005) per la loro scomposizione in sottoperiodi omogenei dal punto di vista del trend e separati da breakpoints; a ciò è seguita l’applicazione del test di Mann Kendall del software Past 5.2.1 per verificare la stazionarietà delle serie storiche nei singoli  sottoperiodi. L’analisi ha portato anzitutto a individuare i breakpoints del 1988, del 2001 e del 2011, presenti in tutte e tre le serie indagate. Applicando poi il test di Mann Kendall si è evidenziato che le tre serie sono stazionarie dal 1979 al 1988, presentano trend decrescente significativo dal 1989 al 2001 che si accentua poi dal 2002 al 2011, anno a valle del quale le tre serie sono di nuovo stazionarie al test di Mann Kendall.

Per inciso si segnala che dal marzo 2026 i dati PIOMAS non sono più aggiornati, a seguito dell’interruzione da parte di NOAA NWS/NCEP dell’emissione delle rianalisi NCEP/NCAR R1, impiegate come forzante atmosferico nella rianalisi PIOMAS https://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/. E’ un vero peccato e spero che in un prossimo futuro tale emissione possa riprendere.

 

Figura 3 – Volume dei ghiacci marini da modello Piomas per il periodo 1979-2025 (media annua, massimo del mese di aprile e minimo del mese di settembre). Le linee verticali viola indicano i breakpoints del 1988, del 2001 e del 2011 ricavati applicando il metodo piecewise di Tome e Miranda.

Le cause della stabilizzazione e l’evoluzione nel prossimo futuro

Con riferimento alle cause della stabilizzazione nelle superfici e nei volumi dei ghiacci marini artici, un recente articolo di England et al (2025) punta il dito sulla variabilità interna al sistema, concludendo in particolare che le evidenze derivanti dagli output dei modelli GCM usati in  CMIP5 e CMIP6  (Coupled Model Intercomparison Project Phase 5 and 6) suggeriscono che, negli ultimi decenni, la variabilità interna abbia sostanzialmente compensato la perdita di ghiaccio marino indotta dall’attività antropica.

Sempre secondo England et al. (2025) un fattore favorevole alla stabilizzazione potrebbe essere stato l’aumento della biomassa bruciata nelle foreste boreali, fattore che tramite l’emissione di aerosol sarebbe anch’esso in grado di incidere sul bilancio radiativo di superficie.

Infine England et al. (2025) in base a dati di scenario prodotti dai GCM sostengono che la pausa nel declino dei ghiacci artici sarebbe solo temporanea e che a valle di essa è probabile un declino ancora più spiccato: “Se le simulazioni dei modelli si riveleranno accurate, la recente pausa potrebbe plausibilmente continuare per altri cinque o dieci anni. Inoltre più la pausa si protrae più aumenta il rischio di un declino più rapido della copertura di ghiaccio marino nei prossimi anni.”.

Riflessioni conclusive

Un primo elemento di riflessione è dato dalla asincronia fra la stabilizzazione delle superficie (2007) e quella del volume (2011). Su questo occorre premettere che mentre i dati sulle superfici sono frutto di osservazione da remoto, i dati sui volumi sono ottenuti con un modello che avrà ovviamente le sue inaccuratezze. Se tuttavia diamo per buono i dati sui volumi possiamo dedurne che il segnale di  stabilizzazione parte dalla superfice e si propaga poi verso l’interno della massa idrica oceanica, il che ci porta ad interrogarci su cosa abbia potuto modificare i termini del bilancio radiativo ed energetico di superficie portandoli verso un nuovo equilibrio che al moment mostra di reggere.

Un secondo elemento di riflessione riguarda la variabilità interna al sistema climatico terrestre che – come sottolinea Roger Pieke Jr in un suo post (7 marzo 2025) – si rivela un potente e scarsamente prevedibile modulatore del forcing antropico. Se ne può dedurre che il sistema climatico globale presenta caratteri di imprevedibilità che smentiscono le aspettative semplicistiche secondo cui il cambiamento procederebbe sempre e comunque in una sola direzione. Su questo aspetto concordano anche England et al. (2025) quando affermano che la stabilizzazione in atto nei ghiacci mari artici dovrebbe costituire un invito a non abusare nell’impiego di scenari previsionali pluridecadali, specie in zone ad altissima variabilità come quella artica.

Un terzo elemento che sottopongo alla riflessione dei lettori è il fatto che a una parte consistente della comunità scientifica continua a sfuggire il fatto per cui una serie storica non dev’essere analizzata in modo “cieco” ma solo dopo averla suddivisa in sottoperiodi omogenei, pena la perdita di gran parte della propria capacità di analisi dei fenomeni. In questa trappola cadono ad esempio Webster et al (2026) analizzando il declino dell’albedo in area artica. Per evitare la trappola un contributo importante lo può dare l’analisi visuale che dev’essere però seguita dall’applicazione di metodi “oggettivi” come quello di Tomé e Miranda, utilizzato ad esempio in Alimonti e Mariani (2023) e che si rivela di grandissima utilità in termini ontologici.

Da osservare anche che la stabilizzazione della superficie dei ghiacci marini contrasta il declino dell’albedo planetario alle alte latitudini, rivelandosi un interessante feed-back negativo in grado forse di contrastare l’aumento della radiazione netta assorbita dalla superficie del pianeta, interferendo così con i trend climatici antropogenici in atto.

In sintesi dunque siamo di fronte a un fenomeno di grande interesse scientifico e sicuramente da seguire per coglierne l’evoluzione nei prossimi anni, come ben esprime Roger Pieke nel suo già citato post del 7 marzo 2025, affermando che lo studio di England et al (2025) rivela la complessità del clima senza peraltro negare che il cambiamento climatico sia un fenomeno reale e grave. Quest’ultimo punto è particolarmente importante: la ricerca sul clima non è un tabellone segnapunti di un dibattito manicheo, bensì un’attività in grado di offrire a seconda dei casi certezze, incertezze e persino ambiti di totale ignoranza, delineando così un contesto ricco di sfumature di cui dovrebbero farsi carico coloro che elaborano le politiche di mitigazione e adattamento. E in relazione al “farsi carico” spiace notare che i media mostrano di ignorare totalmente la stabilizzazione dei ghiacci marini artici, fatto questo che accade anche in wikipedia – voce polar ice decline (https://en.wikipedia.org/wiki/Arctic_sea_ice_decline). Direi che immaginare sul Corriere della sera un titolo come quello che abbiamo dato a questo post di Climate monitor è pura fantascienza.

 

Riferimenti bibliografici

Alimonti G, Mariani L, 2023. Is the number of global natural disasters increasing?, Environmental Hazards, https://doi.org/10.1080/17477891.2023.2239807

England, M. R., Polvani, L. M., Screen, J., & Chan, A. C. (2025). Minimal Arctic sea ice loss in the last 20 years, consistent with internal climate variability. Geophysical Research Letters, 52, e2025GL116175. https://doi.org/10.1029/2025GL116175

Pielke Jr R., 2025. Ice Surprises – New climate research in science and policy context, https://rogerpielkejr.substack.com/p/ice -surprises

Tomé A.R., Miranda P.M.A., 2005. Continuous partial trends and low-frequency oscillations of time series, Nonlinear Processes in Geophysics, 12, 451–460

Webster, M. A., Liu, Z., Light, B., & Perovich, D. K. (2026). A brighter Arctic Ocean: Trends in solar  artitioning in the Arctic sea ice ‐ Ocean system from 1984 to 2024. Geophysical Research Letters, 53, e2025GL120478. https://doi.org/10.1029/ 2025GL120478

Facebooktwitterlinkedinmail