
E’ l’Artico, il vero motore dell’AMOC: dove nascono le acque dense che regolano il clima
C’è un ingranaggio, nel nord del pianeta, che decide come respira l’oceano. Per anni gli occhi degli scienziati sono stati puntati altrove: sul Nord Atlantico subpolare e sui Mari Nordici, nella convinzione che il grosso del lavoro – la formazione di questa grande corrente marina – avvenisse lì. E l’Artico restava, in fondo, una comparsa poco discussa. Un nuovo studio ribalta questa gerarchia, e lo fa con una mole di dati che lascia poco margine ai dubbi.
Facciamo un passo indietro. L’AMOC, la grande circolazione di capovolgimento dell’Atlantico, è quel nastro trasportatore sommerso che spinge il calore verso nord e rispedisce verso il fondo le acque fredde e pesanti. Se rallenta, cambia il clima di mezzo pianeta. E le acque più dense che alimentano il suo ramo profondo, si scopre adesso, nascono proprio quassù, in zone finora trattate con una certa sufficienza.
Due porte
L’acqua atlantica, calda e salata, entra nell’Artico da due porte. Una è lo Stretto di Fram, incastrato tra la Groenlandia e le Svalbard; l’altra è l’apertura del Mare di Barents. Due rami dello stesso fiume invisibile, che poi si rincorrono lungo i bordi dei bacini profondi. Quale dei due pesa di più? Qui arriva la sorpresa.
È il Mare di Barents – non lo Stretto di Fram, come in molti sospettavano – a fare la parte del leone. Circa il 60% dell’acqua densa prodotta nell’Artico nasce là, dove il freddo divora il calore dell’acqua atlantica finché questa non affonda. Il resto, quel 40% abbondante, arriva dal ramo di Fram. Numeri che disegnano una geografia diversa da quella dei manuali.
Come si fa a inseguire una goccia d’acqua per decenni sotto la calotta polare? Non a mano, di certo. Il gruppo ha impiegato un modello oceanico globale a risoluzione altissima, attorno ai 3-5 chilometri nell’Artico, facendolo girare dal 1979 al 2015, per poi lanciare qualcosa come 150.000 traiettorie virtuali a pedinare le masse d’acqua una per una. Un lavoro certosino, insomma.
Sott’acqua
Le acque trasformate non escono in fretta: gran parte impiega più di vent’anni per rivedere lo Stretto di Fram, dopo aver girovagato nel Bacino Euroasiatico seguendo dorsali dai nomi quasi da romanzo, la Lomonosov e la Gakkel. Solo una piccola frazione, quella che ricircola vicino a Fram, torna in meno di dieci anni. Il grosso, ripeto, si prende decenni interi.
Sono due i meccanismi che generano la corrente di ritorno. Da un lato il raffreddamento in superficie, che nel Mare di Barents e a nord delle Svalbard raggela l’acqua atlantica e la spinge a picco; dall’altro il rimescolamento interno, più modesto ma decisivo per il ramo di Fram, che impasta acque di densità diversa lungo le scarpate dei bacini. Grosso modo, un quarto della trasformazione verso le acque dense passa da questo mescolamento nascosto.
Cosa c’entra il clima
Perché dovrebbe interessarci, al di là della curiosità? Perché mentre il Riscaldamento Globale tende a frenare l’AMOC nell’Atlantico, lassù a nord la perdita di ghiaccio marino potrebbe fare l’esatto contrario: esporre di più l’acqua atlantica all’aria gelida e, paradossalmente, rinforzare la nascita di acque dense. Un possibile contrappeso – non una certezza – che ora finalmente si può provare a misurare.
C’è un dettaglio che conviene tenere a mente. Se negli ultimi decenni la circolazione profonda artica si è irrobustita, come suggeriscono lavori recenti, gli effetti di quel rafforzamento li vedremo con calma, spalmati negli anni a venire. Le acque formate oggi nel Mare di Barents viaggeranno a lungo prima di consegnare il loro carico ai Mari Nordici attraverso Fram. Il conto, per dirla tutta, arriva in ritardo.
Resta parecchio da capire, a cominciare da quel lento riscaldamento delle acque profonde di Fram che affiora dai dati e che nessuno, per adesso, sa spiegare fino in fondo. Ma un punto la ricerca lo mette nero su bianco: l’Artico non è la comparsa che credevamo. È uno dei registi.
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