Neve nel dopo Capodanno sino in pianura e non solo in Valle Padana

Forte nevicata.

Diciamocelo chiaramente, senza troppi giri di parole: il tempo atmosferico sembra aver perso la bussola. O forse, più semplicemente, sta seguendo dinamiche che fatichiamo a incasellare nella nostra memoria recente. Viviamo in un’epoca di contrasti violenti, dove basta spostare lo sguardo di qualche meridiano per passare da un eccesso all’altro. In questi ultimi tempi, mentre alcune regioni del globo registrano temperature che definire “anomale” è un gentile eufemismo, appena più a sud si congela letteralmente.

È una situazione che lascia sbigottiti, quasi increduli. Prendiamo l’Alaska, per esempio. Lì, in questi giorni, la colonnina di mercurio è precipitata in un abisso di gelo: si parla di valori scesi sotto i -55°C. E se pensate che sia il limite, vi sbagliate. In Siberia, in quelle sterminate aree continentali che sembrano dimenticate da Dio ma non dal clima, si toccano i -60°C. Roba da far congelare il respiro all’istante, roba che noi, dal nostro Mediterraneo temperato, fatichiamo persino a immaginare.

Eppure, ed è qui che la faccenda si fa “strana”, quasi paradossale, a sud della banchisa artica le temperature schizzano verso l’alto. Un’ondata di caldo – sì, avete letto bene, caldo – si è diretta con prepotenza verso l’Islanda e le zone limitrofe. I modelli matematici, che osserviamo con un misto di curiosità e apprensione, prevedevano per i giorni attorno a Natale picchi di 18°C su alcune località islandesi. Diciotto gradi a dicembre, lassù, a un passo dal Circolo Polare. Tutto questo ha un nome tecnico preciso: Amplificazione Artica. Ve ne abbiamo parlato un’infinità di volte, ma forse non ci stancheremo mai di ripeterlo, perché è il motore immobile – si fa per dire – di tutto ciò che chiamiamo Meteo estremo.

 

L’estremizzazione climatica e il respiro del Vortice Polare

Insomma, cos’è questo “meteo estremo” di cui ci riempiamo la bocca? Non è altro che la manifestazione tangibile di un clima che si è estremizzato. L’atmosfera cerca un equilibrio e, non trovandolo, scarica energia in modo violento. Questo meccanismo va a generare fenomeni meteorologici rilevanti, tempeste di una potenza inaudita.

Torniamo per un attimo in Siberia. Certo, lì fa freddo, lo sanno anche i sassi. Sono abituati a condizioni limite. Ma quello che sta accadendo ora nell’estremo est della Russia va oltre la consuetudine. Centinaia di migliaia di abitanti stanno vivendo una situazione drammatica. Da giorni si abbattono tempeste di neve feroci, accompagnate da venti che urlano a oltre 100 km/h. La neve accumulata è talmente tanta che in alcuni villaggi è diventato fisicamente impossibile uscire di casa; si è prigionieri del bianco.

Le autorità locali hanno emesso allerte massime, cercando di intervenire come possono per soccorrere una popolazione isolata. Ma c’è un fattore che rende tutto più pericoloso: il wind chill, l’indice di raffreddamento. Con una temperatura dell’aria di -55°C e venti a quella velocità, la temperatura percepita dal corpo umano scende a livelli mortali. Bastano pochi minuti all’aperto, senza una copertura totale e tecnica, per rischiare l’assideramento o la morte. È la natura che mostra i muscoli, ricordandoci quanto siamo fragili.

E mentre noi osserviamo queste mappe colorate di viola scuro e bianco, una tempesta di neve si prepara a investire, proprio verso Capodanno, molti stati del Nord America. Lì, fino a poche ore fa, arrivava aria mite, quasi primaverile. Improvvisamente, tutto cambierà. Dopo il gelo delle scorse settimane e la successiva tregua, si ricomincia. È un’altalena folle. Devo dire, in tutta onestà, che osservare queste dinamiche fa un certo effetto. Fa parte del gioco, certo, ma la frequenza con cui questi scambi meridiani avvengono è impressionante.

 

La percezione del pericolo: tra caldo africano e gelo

C’è un aspetto psicologico in tutto questo. Durante l’estate, abbiamo – giustamente – il terrore degli anticicloni africani. Quel caldo che non vuole finire mai, che ti entra nelle ossa, quelle notti insonni e appiccicose. Situazioni atmosferiche estenuanti, che ci stancano fisicamente e mentalmente. In effetti, le ondate di calore sono diventate talmente intense da causare numerose vittime, specialmente tra i più fragili. È un dato di fatto.

Tuttavia, cominciamo ad aver timore anche dell’opposto. Guardiamo cosa succede negli Stati Uniti o in Asia e ci chiediamo: “E se toccasse a noi?”. Chiaro, in Italia non vedremo mai i -60°C della Jacuzia, per fortuna. Al momento non abbiamo nessuna previsione che proponga eventi così estremi nel breve termine. Anzi, da noi queste configurazioni sono difficili da realizzare; servono incastri perfetti che, anche in tempi passati, capitavano con estrema rarità.

Eppure, la possibilità che possano succedere – con le dovute proporzioni, s’intende – non è zero. La memoria corre subito indietro nel tempo. Non serve andare all’Era Glaciale, basta riavvolgere il nastro al 2012. Un’annata neanche tanto distante dai giorni nostri, che però procurò moltissimi disagi. Ricordate? Soprattutto in Emilia-Romagna, ma anche nelle Marche e in altre regioni. In quell’occasione le temperature crollarono: si scese sotto i -15°C in piena Pianura Padana, con picchi locali di -20°C nelle aree rurali innevate. Si ebbero gelate terribili, fiumi parzialmente bloccati dal ghiaccio.

Cadde la neve a Firenze, imbiancando il Rinascimento. Neve a Roma, con il Colosseo che sembrava una cartolina d’altri tempi. Nevicò addirittura sulle coste della Sardegna, sia sul versante occidentale che su quello orientale, un evento che ha del miracoloso per gli isolani. E poi, più recente, il gennaio 2017: un’ondata di freddo balcanico che portò la neve fin sulla spiaggia su tutta la costa Adriatica, giù fino a Santa Maria di Leuca. Ricordo temperature diurne che, anche al Sud, faticavano a superare gli 0°C.

Insomma, da noi non avremo il “Burian” siberiano ogni anno, ma queste situazioni possono ripetersi. Ed è per questo motivo che teniamo sotto stretta osservazione tutti gli spostamenti di queste masse d’aria. Basta poco, una deviazione della Corrente a Getto, per trasformare un inverno anonimo in un evento storico.

 

Il difficile mestiere della previsione (e la pazienza che serve)

Da parte nostra, cerchiamo di offrirvi previsioni che siano il frutto di un’analisi ponderata. Spesso vedo in giro titoli urlati, certezze assolute sbandierate a dieci giorni di distanza. Ecco, diffidate. Noi cerchiamo di riassumere la situazione attraverso l’analisi di più modelli matematici. Non ci riferiamo solo a quello americano (GFS) o a quello europeo (ECMWF) come se fossero squadre di calcio per cui tifare. Serve una visione d’insieme.

Le mie previsioni, in particolare, cercano di integrare vari indici climatici di comportamento dell’atmosfera. Ma, diciamolo francamente, abbiamo necessità di avere conferme passo dopo passo. L’obiettivo è osservare il tempo che farà “più avanti”, non solo nelle 24 o 72 ore successive. È necessario per capire cosa potrebbe succedere. E sottolineo “potrebbe”. Il condizionale è d’obbligo, è un verbo sacro in meteorologia. Significa “da confermare”.

Purtroppo, questo concetto qualche volta non viene compreso a fondo, o viene tralasciato dalla fretta di sapere se “farà la neve a casa mia”. Ora siamo in una fase di attesa. Stiamo cercando di capire cosa succederà alla prima bolla d’aria fredda che scivolerà verso sud. Poi ce ne sarà un’altra ancora. E questa volta, forse, andrà a impattare con una perturbazione atlantica. Ne parlo spesso nei miei articoli, perché lo scenario è intrigante: questa interazione potrebbe portare la neve su molte regioni italiane.

E allora? Non possiamo stare zitti. Non possiamo non parlarne solo per paura di sbagliare di cinquanta chilometri la localizzazione. Fanno parte di evoluzioni meteorologiche di una certa importanza. Però serve modestamente anche un po’ di competenza nell’esporlo e, da parte vostra, la pazienza di leggere. L’articolo va letto sino in fondo, non ci si può fermare al titolo o a un’immagine colorata su un social network. La meteo è complessità, non slogan.

 

Neve in arrivo? L’illusione e la realtà

Ogni inverno ci troviamo di fronte allo stesso copione. Situazioni atmosferiche che sembrano promettere mari e monti (o meglio, gelo e neve) e che poi magari svaniscono o si ridimensionano. I modelli cercano di indurci a fare previsioni verso un freddo estremo, o perlomeno intenso. Condizioni ideali per la dama bianca. Ma perché tutto questo interesse?

Innanzitutto, perché il clima di alcune regioni italiane, specialmente al Nord, vedrebbe naturalmente questi fenomeni. I modelli, a tutt’oggi, li indicano come possibili. Per esempio, la neve in Pianura Padana non è – o non dovrebbe essere – un evento eccezionale. Non è un fenomeno che deve essere definito “sparito” dai libri di storia. Certo, la temperatura globale è aumentata, e questo influenza pesantemente la circolazione atmosferica generale.

Però le irruzioni d’aria fredda, quelle “serie”, quelle “normali”… dove sono finite? Non mi sto riferendo a ondate di gelo epocali. Parlo di quel freddo onesto, che in passato portava nevicate abbondanti e silenziose. In questi giorni di festa, vi racconteremo di una nevicata che interessò la Val Padana poco prima di Natale del 2009. In quei giorni giunse aria fredda da est, la temperatura si abbassò sensibilmente, fece veramente freddo. Ma rientrava tutto nei limiti della normalità climatica di quella zona. Per anni, per secoli, succedeva così.

Cosa è successo negli ultimi 10 anni? Un cambiamento climatico devastante? La risposta è complessa. A livello globale il trend è chiaro, ma la percezione locale varia. Sicuramente ci sono delle aree del nostro pianeta, come le regioni artiche – il Polo Nord per intenderci – che stanno subendo un riscaldamento eccessivo, gravissimo. Anche in Europa si sta verificando un riscaldamento notevole; il Vecchio Continente è stato definito da molti climatologi a livello mondiale un hotspot dei cambiamenti climatici. Si scalda più in fretta degli altri.

Questi cambiamenti sono imponenti e stanno deviando il clima, che un tempo era moderato, verso l’estremo. Lo abbiamo visto con i fenomeni recenti anche da noi. Pensate alle piogge alluvionali delle ultime 24 ore in Emilia-Romagna: hanno raggiunto e superato anche i 150 mm in località di pianura. Considerate che stiamo parlando di zone dove, mediamente, durante l’intero anno cadono 600 mm di pioggia. In un giorno, un quarto della pioggia annuale. Questi sono eventi meteo estremi. Accentano l’estremizzazione climatica o ne sono la conseguenza? Probabilmente è un cane che si morde la coda.

 

Uno sguardo verso Capodanno: la “Bolla Fredda”

Tuttavia, succede qualcosa di molto strano. Mentre parliamo di caldo, nei vari continenti dell’emisfero nord arriva aria fredda, si verificano ondate di gelo. E in Europa? Ci sono aree che hanno visto neve anche quando in Italia, alla fin fine, non succedeva nulla. Da noi, o nevicava solo in alta montagna, o avevamo eventi “mostruosi” ma localizzati, come le vere e proprie badilate di neve cadute in questi giorni sul Piemonte occidentale, ma solo a quote medio-alte.

Ma veniamo al sodo. Il meteo che farà domani è importante saperlo: vi serve per decidere se fare una passeggiata, se prendere l’ombrello, come vestirvi per andare al lavoro. Ma ciò che affascina tantissimi, e lo vediamo dai dati di lettura, è ciò che farà “più avanti”. In questo caso, verso il Capodanno e i giorni immediatamente successivi.

 

L’interesse è altissimo perché c’è in gioco una “bolla” d’aria molto fredda. Dovrebbe scendere verso sud dalle regioni artiche, probabilmente dall’Artico russo. Immaginatela come una palla da bowling gelida lanciata verso il Mediterraneo. Questa massa d’aria andrà a dirigersi verso sud, ma – ed è qui il colpo di scena – andrà a impattare su aree dove, inizialmente, ci sarà un aumento della temperatura.

Sì, perché tra sabato e domenica avremo un temporaneo richiamo mite, soprattutto in quota. Ma poi? L’aria fredda in arrivo è di natura continentale, abbastanza asciutta. Di per sé non porta precipitazioni, è sterile. Se non che, arrivando a ridosso delle Alpi, potrebbe succedere qualcosa.

Tutto dipenderà dalla formazione di aree di bassa pressione sul Mar Mediterraneo. Se si formerà un minimo depressionario che, risalendo verso nord, andrà a transitare “sopra” il nucleo freddo che nel frattempo si sarà depositato al suolo (il famoso “cuscinetto freddo”), allora avremo le precipitazioni. E con l’aria fredda intrappolata nei bassi strati, quelle precipitazioni saranno nevose.

I modelli matematici continuano a insistere sulla possibilità di neve in Pianura Padana, a quote bassissime sulle regioni settentrionali. Addirittura a quote molto basse, forse collinari, sull’Italia centrale. Queste sono previsioni che vanno oltre la settimana. Orbene, sono da confermare. Effettivamente, avete ragione a dire che spesso queste previsioni di freddo vengono posticipate o cancellate man mano che ci si avvicina alla data. Ma questo accade perché l’atmosfera è un sistema caotico, fluido. Basta che il minimo di pressione si sposti di 200 km a ovest o a est e cambia tutto: dalla neve copiosa si passa alla pioggia o al vento secco di Föhn.

 

Comunque, ad oggi, le carte “cantano” neve diffusa. Sarebbe un fatto importante. Dovrebbe crearsi quella statica atmosferica ideale: aria fredda pesante al suolo, aria umida e più mite che scorre sopra. Idealmente si potrebbe verificare una nevicata abbondante sulle regioni settentrionali.

 

Però – e lo ripeterò fino alla noia – abbiamo necessità di avere conferme. Lo diciamo da sempre: ogni volta che ci spingiamo oltre i 3-4 giorni, entriamo nel campo delle probabilità, non delle certezze. È sempre stata mia abitudine avvertire il lettore. Se poi, per distrazione, questa mia ripetizione non venisse letta, o venisse trascurata, mi dispiace. Ma io continuerò a fare il mio lavoro, che è quello di analizzare linee di tendenza a lungo termine. Sono scenari affascinanti, discussi a livello europeo e mondiale, e so che accolgono un interesse notevole da parte della gran parte di voi che ci leggete con passione. Restiamo sintonizzati, perché l’inverno potrebbe avere ancora molto da dire.

 

Approfondimenti

  • NOAA Arctic Program – Monitoraggio costante delle condizioni dell’Artico e dati sull’Amplificazione Artica.
  • ECMWF (European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) – Il punto di riferimento mondiale per le previsioni a medio e lungo termine e l’analisi dei modelli matematici.
  • [link sospetto rimosso] – Rapporti ufficiali sullo stato del clima globale e sugli eventi meteorologici estremi.
  • NASA Global Climate Change – Dati scientifici, grafici e analisi dettagliate sul riscaldamento globale e le sue conseguenze.
  • Copernicus Climate Change Service – Il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea che fornisce dati accessibili sul clima passato, presente e futuro.

 

Neve nel dopo Capodanno sino in pianura e non solo in Valle Padana