
Diciamolo subito: non c’è nulla di cui preoccuparsi. Anzi, l’occasione è di quelle da non perdere per chi scruta il cielo. Nei giorni scorsi la cometa interstellare 3I/ATLAS ha raggiunto il punto di minima distanza dalla Terra, passandoci accanto – si fa per dire – a circa 269 milioni di chilometri. Nessun rischio d’impatto, insomma, ma una finestra perfetta per raccogliere dati preziosi mentre questo misterioso visitatore punta dritto verso Giove, per poi salutare definitivamente il Sistema Solare e perdersi nel buio cosmico.
È un evento raro, inutile girarci intorno. Parliamo infatti del terzo oggetto interstellare mai identificato con certezza, dopo i celebri passaggi di 1I/’Oumuamua e della cometa 2I/Borisov. Ogni volta che uno di questi “nomadi” dello spazio attraversa il nostro quartiere galattico, porta con sé risposte – e nuove domande – sulla formazione di altri sistemi stellari. E proprio su questo si concentra uno studio recente apparso nell’archivio arXiv, intitolato The size of 3I/ATLAS from non-gravitational acceleration. Sebbene non sia ancora passato al vaglio della revisione paritaria, il lavoro offre stime interessanti sulle dimensioni reali di questo corpo celeste.
Un nucleo più piccolo del previsto
Ma quanto è grande, effettivamente, questo viaggiatore? Secondo i ricercatori dell’Università di Canterbury, il cuore della cometa – il suo nucleo – avrebbe un diametro compreso tra gli 820 metri e i 1050 metri. Una forchetta di valori decisamente più stretta rispetto alle ipotesi precedenti. Fino a poco tempo fa, infatti, l’incertezza regnava sovrana: le stime oscillavano da poche centinaia di metri fino addirittura a 5,6 chilometri.
Per arrivare a questi numeri, che sanno molto più di certezza, il team ha dovuto incrociare una mole impressionante di dati. Hanno messo al lavoro pesi massimi dell’osservazione spaziale come il James Webb Space Telescope, il radiotelescopio ALMA, oltre a SPHEREx e TRAPPIST–North. Non si è trattato solo di “guardare”, ma di calcolare.
L’interazione con il Sole e la chimica
Il punto cruciale della ricerca riguarda la cosiddetta accelerazione non gravitazionale. In parole povere, mentre la cometa si avvicinava al Sole, il calore e la luce hanno iniziato a interagire con la sua superficie, provocando il distacco di gas e polveri. Questo fenomeno – il degasamento – agisce come un piccolo motore a reazione, modificando la velocità dell’oggetto in modo diverso dalla semplice attrazione di gravità.
Analizzando il comportamento della cometa interstellare 3I/ATLAS, specialmente attorno alla data del 6 Agosto, gli scienziati hanno dedotto che la spinta extra era dovuta principalmente all’emissione di anidride carbonica, come confermato dalle rilevazioni del JWST. La polvere espulsa? A quanto pare, ininfluente sull’accelerazione. Mettendo insieme i pezzi – perdita di massa e spinta ricevuta – il calcolo torna: un diametro di circa un chilometro e una densità di 0,5 g/cm³. Certo, qualche dubbio rimane – parte della CO2 potrebbe arrivare dalla chioma e non direttamente dal nucleo – ma la strada per comprendere questo oggetto unico è finalmente tracciata.
Fonti
- NASA – Solar System Exploration (Dati sui corpi minori)
- Cornell University – arXiv (Archivio preprint di fisica e astronomia)
- ESA – European Space Agency (Missioni interstellari e comete)
- ALMA Observatory (Osservazioni radioastronomiche)
- Nature Astronomy (Ricerca scientifica accreditata)
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