Temporali estremi e tornado avvenuti in Italia, specie Val Padana

 

Perché i temporali peggiori che l’Italia abbia conosciuto dal 1950 a oggi non sono piogge continue né alluvioni diffuse. Sono altro: fenomeni convettivi intensi e localizzati, che concentrano violenza in tempi brevissimi. Supercelle, grandinate severe, downburst – raffiche lineari discensionali capaci di stendere un frutteto in pochi secondi – e tornado. Minuti, al massimo qualche ora. Grandine di grosse dimensioni, venti estremi, accumuli di pioggia elevatissimi su aree ristrette.

 

Dove si concentrano i fenomeni più violenti

La zona di gran lunga più esposta è la Pianura Padana. In particolare il Nord-Est, quindi Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia-Romagna orientale, insieme alla Lombardia, soprattutto nella fascia pedemontana e nella pianura orientale. Rientrano nel conto anche parti del Piemonte orientale e dell’Emilia occidentale.

Qui si combinano tre ingredienti. Aria calda e umida che risale dall’Adriatico e dal Mediterraneo, aria più fresca in discesa dalle Alpi, e un forte wind shear, cioè la variazione del vento con la quota. È proprio quest’ultimo elemento a fare la differenza: quando il vento cambia direzione e velocità salendo, la corrente ascensionale del temporale si inclina, non viene soffocata dalla propria pioggia e il sistema può durare ore. Nascono così le supercelle persistenti, la declinazione più temibile del temporale.

Anche l’Appennino centro-settentrionale e, più raramente, alcune zone interne del Centro-Sud possono produrre eventi intensi. L’Abruzzo ne sa qualcosa. Ma frequenza e dimensioni medie restano inferiori. Il Nord Italia, invece, figura tra i principali hotspot europei per grandine di diametro pari o superiore a 5 centimetri, con un aumento documentato di frequenza e intensità negli ultimi decenni.

 

Il punto triplo

E i tornado? Qui la faccenda si fa interessante, perché la Pianura Padana è circondata da montagne e questo, in teoria, dovrebbe scoraggiare la formazione di vortici. In pratica accade il contrario: la configurazione orografica favorisce condizioni adatte, con densità locali confrontabili con alcune aree degli Stati Uniti. Va detto che si tratta di una delle aree più esposte del continente.

Secondo la climatologia aggiornata basata sui dati dell’European Severe Weather Database (ESWD) e sugli studi di Miglietta e Matsangouras (2018), la densità media di tornado terrestri in Italia si attesta intorno a 1,23 eventi ogni 10.000 chilometri quadrati all’anno. Il Veneto viaggia sui 2,17, il Friuli Venezia Giulia intorno a 1,40, con valori significativi anche in Emilia-Romagna e Lombardia orientale. La stagionalità mostra un picco tardo primaverile ed estivo, da maggio ad agosto, per gli eventi continentali del Nord, mentre lungo le coste tirreniche e ioniche prevalgono fine estate e autunno.

Circa la metà dei vortici terrestri deriva da trombe marine che toccano terra, molti altri hanno origine mesociclonica, legata cioè a supercelle. La maggioranza resta debole o moderata, tra F0 e F1. Gli eventi F2 o superiori sono meno frequenti, ma documentati.

Uno studio del 2024, firmato da CNR-ISAC insieme alle Università di Bologna, Bari e Milano e pubblicato su Monthly Weather Review, ha chiarito la dinamica tipica. I tornado si formano spesso in corrispondenza di un punto triplo, ovvero alla confluenza di tre masse d’aria: un flusso freddo settentrionale dalle Alpi, un flusso caldo e umido orientale proveniente dall’Adriatico, e un flusso secco sud-occidentale in discesa dagli Appennini, la cosiddetta dryline. I vortici si sviluppano tipicamente a 20-30 chilometri a nord-est del punto triplo, dove si combinano elevata instabilità, forte shear nei bassi strati ed elevata storm-relative helicity. Ricorda molto le dinamiche delle Great Plains americane, in miniatura.

Il caso studio principale è l’outbreak del 19 settembre 2021, quando in poche ore si formarono sette tornado, quattro dei quali di grado F2, tra Lombardia ed Emilia-Romagna. Le simulazioni numeriche ad alta risoluzione con il modello MOLOCH, a 500 metri di passo, hanno mostrato che l’altezza degli Appennini influenza fortemente lo sviluppo della dryline e delle supercelle.

 

Settant’anni di eventi estremi

Il 16 giugno 1957 un tornado classificato IF4/IF5 secondo le revisioni recenti dell’ESSL percorse 70-80 chilometri nell’Oltrepò Pavese, tra Robecco Pavese e la Vallescuropasso, in provincia di Pavia. Venti stimati oltre i 400 chilometri orari, distruzione quasi totale di due centri abitati, sei o sette morti, decine di feriti, centinaia di senzatetto. Uno dei più intensi del dopoguerra.

Il 4 luglio 1965 toccò alla bassa lungo il Po, tra Sissa Trecasali e Fiorenzuola d’Arda, province di Parma e Piacenza: un tornado F4, danni gravissimi a edifici e veicoli, un bilancio compreso tra nove e dodici vittime e centinaia di feriti.

Poi c’è l’11 settembre 1970, il più letale. Un F4 nato sui Colli Euganei, passato per Padova e arrivato fino alla Laguna di Venezia, al Cavallino: circa 70 chilometri di percorso in un’ora, 36 morti, molti dei quali annegati dopo il rovesciamento di un motoscafo, e circa 500 feriti.

Il 20 giugno 1996 fu invece la volta di un cluster eccezionale di supercelle sulla pedemontana lombarda, tra Como, Bergamo, Brescia e dintorni. Grandine da 5-7 centimetri, con punte superiori, accumuli di ghiaccio sulle strade fino a 50-110 centimetri in alcuni punti, raffiche oltre i 150 chilometri orari e una tromba d’aria all’aeroporto di Orio al Serio. Colture, automobili e infrastrutture: danni ovunque.

Il 28 agosto 2003, ancora a Padova, caddero chicchi fino a 7 centimetri, all’epoca tra i più grandi documentati localmente. L’8 luglio 2015 un tornado EF3/EF4 generato da supercella attraversò la Riviera del Brenta, tra Mira, Dolo e Pianiga: 25 chilometri di percorso, venti stimati intorno ai 300 chilometri orari, un morto, novanta-cento feriti, oltre 500 edifici danneggiati e un conto compreso tra 60 e 100 milioni di euro, ville storiche incluse.

Nel luglio 2019, in particolare tra il 7 e il 10, un outbreak di temporali severi colpì Nord e Centro, con grandine fino a 15 centimetri a Pescara, tornado e downburst lungo le zone costiere romagnole, danni diffusi e feriti.

E arriviamo al 24 luglio 2023, in Friuli Venezia Giulia. Una sequenza di supercelle dal Piemonte al Friuli produsse ad Azzano Decimo, provincia di Pordenone, un chicco di grandine da 19 centimetri: record europeo confermato. A Mortegliano, nell’Udinese, la conta dei danni fu altrettanto pesante. Centinaia di feriti, danni multimilionari tra automobili, tetti e agricoltura. Le cause principali? Un forte flusso sud-occidentale intorno ai 5 chilometri di quota e un intenso trasporto di umidità dal mare Adriatico negli strati medio-bassi. Non necessariamente calore estremo al suolo, quindi.

Vale la pena ricordare anche il 22 luglio 2023 ad Alfonsine, nel Ravennate: un tornado IF3 largo circa 1,6 chilometri, quattordici feriti. E altri eventi F2-F3 si sono verificati a Riese Pio X nel 2009 e in diverse occasioni tra Veneto e Friuli.

 

Quanto picchiano davvero

Nei temporali più violenti la grandine severa produce regolarmente chicchi pari o superiori a 5 centimetri, con casi estremi tra 10 e 19 centimetri, e il Nord-Est detiene i record europei recenti. I downburst lineari si collocano spesso tra 100 e 160 chilometri orari, e oltre; i tornado documentati arrivano fino a IF4/IF5, con stime superiori ai 300-400 chilometri orari. La pioggia, invece, si muove su intensità tipiche di 40-100 millimetri in 30-60 minuti, con punte oltre i 20-30 millimetri in appena 5-15 minuti. Abbastanza per generare allagamenti lampo localizzati, non certo piogge diffuse e prolungate. Aggiungiamoci un’attività elettrica elevatissima, decine di migliaia di fulmini negli outbreak più importanti, e la possibilità di funnel cloud o di tornado multipli.

 

Un fenomeno ricorrente, non un’eccezione

Dal 1950 a oggi, e soprattutto a partire dagli anni 2000-2010, si registra un aumento delle condizioni favorevoli a supercelle e grandine di grosse dimensioni: maggiore CAPE, più umidità, shear adeguato in certi setup. Il 2023 e il primo semestre 2026 figurano tra i periodi più attivi per eventi di grandine severa. La Pianura Padana rimane l’area a più alto rischio in Europa per questi fenomeni, ed è il motivo per cui ogni apertura di stagione temporalesca va guardata con attenzione, così come le rotture estive di inizio agosto.

Sul fronte tornado non ci sono evidenze conclusive di un aumento del numero di eventi legato al cambiamento climatico. Le condizioni favorevoli, però, umidità ed energia potenziale in primis, stanno aumentando. Il numero di segnalazioni è cresciuto negli ultimi quindici-vent’anni grazie a radar, spotter e social media, ma gli studi indicano che la pianura è strutturalmente predisposta.

Resta un problema di fondo: la densità di popolazione elevata, le ville venete, le zone industriali e l’agricoltura intensiva aumentano la vulnerabilità, e non esiste ancora un sistema di allerta tornado dedicato e capillare come negli Stati Uniti. Gli studi recenti sottolineano l’importanza del monitoraggio di dryline e boundaries superficiali per migliorare le previsioni a breve termine, e non a caso il rischio di grandine di grosse dimensioni resta la variabile più difficile da inquadrare con anticipo.

I dati più antichi, quelli degli anni Cinquanta e Settanta, si basano su ricostruzioni da danni e testimonianze; quelli recenti beneficiano di radar, hailpad e verifiche sul campo. La differenza è enorme, ma la sostanza no. La Pianura Padana, nonostante le montagne che la circondano, funziona come una piccola Tornado Alley europea. E d’estate conviene ricordarselo.

 

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