Tornado in Europa e negli Stati Uniti: perché sono così diversi

I tornado non sono un’esclusiva americana. Si formano su entrambe le sponde dell’Atlantico, con gli stessi ingredienti di base, eppure il risultato finale è tutt’altro che identico. Frequenza, intensità, dimensioni, ambienti meteorologici, impatti: cambia praticamente tutto. Il confronto che segue poggia su dati climatologici aggiornati, quelli dello Storm Prediction Center per gli Stati Uniti e del database ESWD gestito dall’ESSL per l’Europa, oltre a lavori scientifici ormai di riferimento come lo studio di Taszarek e colleghi del 2020 e le analisi di Groenemeijer e Kühne.

 

Quanti sono e dove si concentrano

Negli Stati Uniti si contano in media da 1.000 a 1.200 tornado ogni anno. In Europa il conto si ferma a 200-300 casi terrestri, ai quali vanno aggiunte circa 400 trombe marine. Numeri che parlano da soli: gli americani ne sono vittima più di tutti i Paesi europei messi insieme.

La densità media, però, descrive aspetti non scontati. Oltreoceano siamo attorno a 1,3 eventi ogni 10.000 chilometri quadrati; in Europa il valore è molto variabile, e in alcune zone – l’Inghilterra viaggia sui 2,2, l’Italia si colloca su livelli altrettanto elevati – supera la media statunitense. Va detto che da noi il numero resta sottostimato in diverse aree, dove la rete di osservatori è meno fitta e un vortice breve in aperta campagna può passare inosservato. Ma anche correggendo il tiro, il divario assoluto rimane netto.

La geografia del fenomeno è poi nota. Là la Tornado Alley, tra Great Plains, Midwest e Sud-Est. Qui in Europa la Pianura Padana, le coste mediterranee, il Benelux, il Regno Unito, la Germania settentrionale.

 

Deboli quasi ovunque, violenti quasi solo negli Stati Uniti

Sulla distribuzione dell’intensità le due sponde dell’Oceano si somigliano più di quanto si creda. Negli Stati Uniti circa l’80% degli eventi rientra nelle categorie deboli, EF0 ed EF1 della scala Fujita migliorata, quella che stima la forza del vortice dai danni prodotti. In Europa la percentuale di tornado deboli oscilla fra il 74 e l’80%, con le classificazioni F0-F1 o le equivalenti IF0-IF1.

La differenza arriva quando si sale di gradino. Negli Stati Uniti gli EF3 sono ordinaria amministrazione, e gli EF4 o EF5 compaiono quasi ogni anno, talvolta più di uno nella stessa stagione. In Europa gli eventi significativi, dall’F2 in su, restano rari: la media storica si aggira sui dodici casi annui. Quanto ai vortici estremi, IF4 o IF5, si contano pochissimi casi documentati nell’intera storia moderna. Il Montello, nel 1930, resta il precedente più citato quando si discute di come si forma davvero una tromba d’aria e di quanto in alto possa arrivare l’asticella anche alle nostre latitudini.

Percentuali simili, dunque, ma numeri assoluti incomparabili.

 

Percorsi

Anche la scala spaziale racconta due mondi diversi. I tornado americani percorrono in media decine di chilometri, e i più forti superano il centinaio; la larghezza del vortice può raggiungere 1-3 chilometri nei casi estremi, con durate di decine di minuti.

In Europa il copione è un altro. Tracciati di pochi chilometri, larghezze tipiche comprese fra 50 e 500 metri, raramente oltre il chilometro, e una vita che spesso si esaurisce in pochi minuti. Il tempo di uscire di casa, guardare il cielo e vedere il cono già dissolversi. Alcuni fra i vortici europei più intensi, in Italia o nell’Europa centrale, si avvicinano ai valori medi americani, ma parliamo di eccezioni che confermano la regola.

 

Gli ambienti atmosferici, dove si gioca davvero la partita

Gli studi comparativi pubblicati sul Journal of Climate mostrano che gli ambienti favorevoli ai temporali severi, cioè la combinazione fra CAPE elevato – l’energia potenzialmente disponibile per le correnti ascensionali – e forte wind shear, la variazione di vento con la quota, sono da tre a quattro volte più frequenti negli Stati Uniti.

Oltreoceano il CAPE tocca spesso valori di 3.000-6.000 joule per chilogrammo e oltre, lo shear profondo è generoso, l’umidità arriva a fiumi dal Golfo del Messico. Il risultato sono supercelle classiche, longeve, capaci di reggersi in piedi per ore.

In Europa i valori assoluti sono più bassi, pur restando elevati rispetto alla climatologia locale. Pesano molto di più l’orografia, con Alpi e Appennini a fare da innesco, le dryline padane, le intrusioni di aria fredda, le influenze marittime. Ne deriva una curiosità che vale la pena sottolineare: da noi, quando le condizioni ci sono, la probabilità che il temporale si accenda è spesso più alta. Una volta formatosi, però, la probabilità che diventi severo è maggiore negli Stati Uniti.

Il cosiddetto punto triplo della Pianura Padana, dove convergono aria fredda alpina, umida adriatica e secca appenninica, è l’esempio più eloquente di analogia con le dinamiche americane. Su scala e intensità ridotte, s’intende. Ma il meccanismo è quello, come si osserva ogni volta che il rischio di grandine grossa e fenomeni vorticosi si accende sulle nostre regioni.

 

Stagioni sfalsate

Negli Stati Uniti il picco è netto e primaverile, fra aprile e giugno. In Europa ci si sposta in avanti: giugnoagosto per le aree continentali e settentrionali, Pianura Padana compresa, mentre le zone mediterranee e costiere concentrano gli eventi fra fine estate e autunno, spesso sotto forma di trombe marine.

 

Vittime, danni, vulnerabilità

Negli Stati Uniti la media storica è di circa settanta morti l’anno, in calo grazie al radar Doppler, ai sistemi di allerta e a una consapevolezza collettiva costruita nel tempo. I danni economici restano enormi, semplicemente per frequenza e intensità degli eventi.

In Europa si stimano 10-15 vittime annue. Numeri assoluti inferiori, certo, ma la vulnerabilità è tutt’altro che bassa: densità abitativa altissima, edifici meno pensati per resistere a raffiche rotanti, cultura della prevenzione ancora acerba. Aggiungiamoci la confusione ricorrente fra vortice e raffica discendente, il downburst, che complica il riconoscimento del pericolo proprio nei momenti decisivi.

 

Due continenti, stessa fisica

Gli Stati Uniti restano il laboratorio naturale dei tornado: più numerosi, mediamente più intensi, più grandi, più lunghi. Merito – o colpa – di una geografia irripetibile, con vaste pianure e un contrasto termico fra masse polari e tropicali che non incontra barriere est-ovest degne di nota.

L’Europa ha vortici più deboli e meno frequenti in assoluto, ma densità locali elevate in alcune zone, Italia settentrionale inclusa, e un rischio che nessuno può permettersi di archiviare nell’oltreoceano. I meccanismi di fondo sono identici: supercelle, shear, instabilità. Cambiano le proporzioni, non la fisica.

 

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